COME IL MICROBIOTA PUÒ INCIDERE SUL LINFEDEMA?

Il ruolo intuitivo e comprovato da studi scientifici sulla nutrizione nel controllo del peso e nella lotta ai processi infiammatori in chi soffre di linfedema impone una rivalutazione dell’approccio multidisciplinare nei confronti della patologia, in modo da includere una serie di possibili misure nutrizionali per migliorare il quadro della malattia.

Il linfedema è una patologia cronica caratterizzata da un’alterazione del sistema linfatico e da un progressivo aumento dell’infiammazione, deposizione di grasso e fibrosi nei tessuti edematosi. I processi infiammatori derivano da una cascata deleteria e crescente di tutte le citochine infiammatorie che peggiorano e complicano la patologia.

La nutrizione ha dimostrato poter interferire in modo significativo con infiammazione sistemica, con edema e con il metabolismo.

In particolare l’influenza del cibo nel plasmare il microbiota intestinale è stata ipotizzata per lungo tempo, tuttavia, solo negli ultimi anni sono stati ottenuti dati coerenti su questo argomento, in particolare grazie all’avvento di tecnologie come il sequenziamento del DNA, sono stati segnalati nuovi dati interessanti, che portano di conseguenza a cambiamenti concettuali nel campo.

Il nostro microbiota intestinale presenta un’elevata capacità di adattamento e va incontro a diverse modifiche in base a diversi fattori fra cui la dieta, l’uso di antibiotici, lo stress, l’età ed il luogo geografico in cui ci troviamo. Il nostro organismo ha sviluppato con il microbiota una relazione unica e dinamica, evolvendosi in simbiosi: noi gli forniamo il nutrimento per accrescersi ed in cambio esso svolge importanti funzioni come la digestione dei nutrienti, la regolazione del sistema immunitario e la prevenzione delle infezioni.

La densità batterica aumenta dall’alto verso il basso del nostro tratto gastrointestinale, partendo dal duodeno colonizzato prevalentemente da Lactobacillus e Streptococcus, e proseguendo a livello ileale con Enterobacteria, Enterococcus, Bacteroides, Clostridium, Lactobacillus e Veilonella. A livello del colon si ritrovano un numero maggiore di batteri che appartengono ai generi Bacteroides, Eubacterium, Bifidobacterium, Ruminococcus, Peptostreptococcus, Propionbacterium, Clostridium, Lactobacillus, Escherichia e Streptococcus.

Alimentazione occidentale

Ad oggi è risaputo che l’alimentazione occidentale, basata principalmente su carboidrati e alimenti raffinati e/o trasformati, povera di fibre e ricca di grassi trans favorisce l’insorgere di un’alterazione microbica detta disbosi intestinale.

Di conseguenza il numero di batteri che producono acidi grassi a catena corta (SCFA) come il butirrato risultano essere ridotti, si assiste quindi a un indebolimento del sistema immunitario e permeabilità intestinale. Allo stesso tempo aumentano batteri dannosi per la salute che producono LPS, un’endotossina che peggiora lo stato di infiammazione cronica di basso grado, tipica del paziente con linfedema e in particolar modo obeso e con sindrome metabolica.

Inoltre uno squilibrio del microbiota ha un ruolo rilevante nel metabolismo lipidico influenzando l’omeostasi del colesterolo e regolando la composizione della bile. Una minore diversità microbica intestinale difatti predispone alla dislipidemia, altera il metabolismo degli acidi biliari e riduce l’attivazione dei FXRs, pertanto aumenta la produzione epatica di VLDL, trigliceridi e colesterolo.

Linfedema e dieta

Il paziente con linfedema e con un peso importante devi quindi seguire una dieta sana e bilanciata in macro e micronutrienti, per evitare un elevato sbilanciamento tra Bacteroidetes e Firmicutes a favore di questi ultimi in grado di influenzare negativamente il metabolismo lipidico e glucidico. Chi soffre di linfedema deve inoltre seguire una dieta ricca di fibre per far sì che il microbiota possa produrre acidi grassi a catena corta come butirrato, acetato e propionato per migliorare il metabolismo, la funzione immunitaria dell’ospite e per promuovere la sintesi di ormoni peptidici come GLP-1 che abbassa i livelli ematici di glucosio stimolando la secrezione di insulina e PYY che diminuisce il senso di fame; ma allo stesso tempo evitare la sintesi di batteri Gram-negativi e quindi la produzione di endotossine (LPS) con azione pro-infiammatoria.

Infine diete ad elevato contenuto di grassi possono determinare uno squilibrio tra le varie popolazione linfocitarie a favore delle popolazioni pro-infiammatorie come le cellule Th1. Diminuiscono invece le Th17 e i T regolatori portando ad un’alterazione della permeabilità intestinale e favorendo disfunzioni della risposta immune.

Disbiosi intestinale

Per diagnosticare la disbiosi intestinale è possibile effettuare o un esame su un campione di urine, in cui vengono dosate due molecole, l’indicano e lo scatolo che si trovano in tracce nelle urine dei soggetti con eubiosi e aumentate in caso di disbiosi intestinale; oppure su un campione di feci, eseguito con metodiche di biologia molecolare, attraverso il quale vengono analizzate più di 300 specie batteriche.

Diagnosticare una disbiosi intestinale in chi soffre di linfedema nella pratica clinica può essere molto utile per la scelta dell’approccio terapeutico appropriato e personalizzato del paziente, così come per il monitoraggio del buon esito della stessa.

Dott.Gino Arcadipane

Bibliografia:

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